di Marco Grispigni

Quando si parla di emigrazioni e flussi migratori è sempre una buona pratica cercare di partire dai numeri per evitare luoghi comuni tipo “la fuga dei cervelli” oppure “l’invasione degli extracomunitari”. Questo è stato il lodevole approccio alla questione che ha praticato il Partito democratico di Bruxelles per il convegno sulla nuova emigrazione italiana in Europa, che ha avuto luogo il 21 e il 22 Marzo 2015.

Detto questo, chiunque abbia fatto un po’ di ricerca sa bene che le cose non sono così semplici: va benissimo partire dalle cifre, ma le fonti, per arrivare a queste cifre, spesso pongono dei seri problemi.

Ci si può, infatti, basare sui dati dell’Aire (l’anagrafe degli italiani all’estero), ma tutti sanno che questi dati sono assai lontani dalla realtà. Nello specifico gli interventi da varie città europee hanno ribadito come i dati recuperabili presso vari uffici amministrativi delle città di accoglienza (a Berlino, come a Madrid o a Londra) spesso segnalino l’arrivo di nostri connazionali in misura quasi doppia rispetto ai dati Aire.

Siamo quindi di fronte a una notevole difficoltà per chi vuole ancorare le riflessioni sui flussi migratori ai numeri reali: i dati che provengono dalle grandi città segnalano una vera e propria impennata degli arrivi di italiani all’estero, ma questi dati non possono essere generalizzati in maniera scientifica all’insieme del flusso migratorio che non riguarda solo alcune grandi città. Per conseguenza spesso le statistiche e le interpretazioni generali si basano sui dati Aire, anche se tutti sanno che si tratta di cifre abbondantemente sottostimate.

C’è poi il problema dell’interpretazione, direi ideologica, di questi dati, emersa in maniera lampante in alcuni degli interventi del convegno. Che cosa intendo con interpretazione ideologica? E’ presto detto. Si prendono le cifre assolute, si inseriscono nel contesto europeo e si afferma che in Europa solo il 3% dei cittadini vive in un altro paese dell’Unione europea. Si compara questo dato con quello americano, dove il 30% della popolazione vive in uno stato differente da quello di nascita e poi si afferma: il problema vero è una mobilità europea insufficiente, incapace quindi di garantire lo “shock-absorber”, cioè la capacità di assorbire le “contraddizioni del mercato”. D’altronde un paio di anni fa era stato il Presidente del consiglio, Mario Monti, a dire che la crescita dei flussi migratori dall’Italia era un fenomeno positivo e che occorreva favorirlo e non cominciare con la solita retorica sui poveri connazionali costretti a emigrare. Indubbiamente l’azionista di maggioranza di quel governo era proprio il Pd e quindi, da questo punto di vista, la coerenza è innegabile. E’ questa un’interpretazione dei flussi migratori che pone l’accento quasi esclusivamente sulle compatibilità con il sistema economico vigente, che privilegia il concetto del diritto alla mobilità (diritto sacrosanto, anche se applicato solo alla mobilità dei giovani europei qualificati, non certo a quella degli extracomunitari che fuggono da guerre, miseria e fame) e sostanzialmente inserisce il discorso dei flussi migratori all’interno dei vari strumenti di gestione e regolazione del mercato. Tralasciamo qui, l’idea di comparare la realtà europea con quella americana, paragone abbastanza bizzarro visto le differenze evidenti che rendono improponibile un confronto, ad esempio, fra la mobilità all’interno di una stessa nazione, dove la lingua è comune, e quella tra nazioni differenti (in cui si parlano diverse lingue, visto che il monolinguismo anglofono non è ancora, per fortuna, una realtà).

Ma all’interno del convegno, specialmente dopo le relazioni introduttive, sono emerse anche delle interpretazioni di quello che sta accadendo profondamente differenti. Gli interventi dei vari segretari dei circoli europei del Pd hanno sottolineato come la crescita dei flussi migratori sia un fenomeno composito. Non si tratta, solo o in gran parte, di un’emigrazione prettamente giovanile e qualificata (la “fuga dei cervelli”), ma di un fenomeno molto più complesso, con una presenza significativa di persone non qualificate e di interi nuclei familiari, dato che segnala l’origine del flusso: l’espulsione di lavoratori e lavoratrici dal tessuto produttivo come conseguenza della drammatica crisi economica e, aggiungo io, della contrazione dei diritti dei lavoratori che rende più facile i licenziamenti.

Un altro elemento che è emerso in tutti gli interventi è la significativa quota di immigrati italiani composta da nostri connazionali di ‘fresca data’, cioè da immigrati provenienti per lo più da paesi extraeuropei che, dopo gli anni necessari avevano preso la nazionalità italiana e che ora, espulsi dal ciclo produttivo (o forse chissà, stanchi del razzismo imperante nel discorso pubblico fascioleghista) hanno deciso di abbandonare il nostro paese.

Un’ultima osservazione riguarda un intervento di un militante del Pd sardo, sicuramente l’intervento più coinvolgente da un punto di vista emotivo. L’emigrazione può essere una scelta di libertà, oppure un obbligo quando il tuo paese non ti offre più le possibilità di vivere una vita degna di questo nome. Ma in ogni caso l’emigrazione, anche se forzata, offre una possibilità: la perdita del lavoro e con il lavoro, la perdita della dignità a volte apre le porte non all’emigrazione, ma alla drammatica scelta del suicidio. Un fatto da tenere sempre in mente, specie quando dietro le cifre si rischia di perdere di vista l’umanità delle persone coinvolte.